La vite e il vino secondo Prospero Rendella

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di Rossana Novielli

 

Viaggio alla riscoperta di un grande autore monopolitano che ha lasciato una testimonianza storico sociale determinante nel definire l’identità enologica pugliese.

forntespizio

 Il “Tractatus De Vinea, Vindemia et vino”, è ancora oggi un’opera ancora pressoché inedita poiché difetta di una versione integrale tradotta dall’originale.

Per questa ma non solo, l’autore monopolitano Prospero Rendella, vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII secolo è stato determinante nell’aver contribuito a riconsegnare alla Puglia un tassello importante per la propria identità storico-culturale.
Il giurista o “iureconsulti celeberrimi monopolitani” come amava definirsi, apparteneva ad una casta nobiliare costituita da grandi proprietari terrieri di stampo feudale; conservatore di formazione e fervente cattolico era molto vicino alla Chiesa Controriformista, un aspetto che tra l’altro caratterizza ogni sua opera, se per convinzione o per reale devozione non è del tutto chiaro, ma ad ogni modo fu determinante per passare al vaglio delle censure editoriali vigenti all’epoca per mano dell’Inquisizione.
L’analisi sintetica che si riporterà di seguito è per ragioni di spazio, solo una minima parte del grande lavoro svolto per riportare alla luce un componimento che ad oggi non conosce ancora un’edizione integrale tradotta dalla lingua originale, ovvero uno stentato e ibrido latino sporcato da idiomi e terminologie dialettali a volte del tutto autentiche e di difficile interpretazione che si avvicinano più al volgare che alla lingua dei dotti.
La ricostruzione di precise analisi storiche fanno presumere che il progetto iniziale al quale lavorò l’autore aveva come obiettivo un lascito quasi ‘testamentario’ della realtà socio-economica pugliese del Seicento evidenziando principalmente quelle caratteristiche legate alle produzioni agro-alimentari del suo tempo attraverso una capillare ricostruzione storica e letteraria della bibliografia di riferimento.
Il De vinea tratta in modo ampio e da diverse prospettive, argomenti relativi alla coltivazione della vigna, alla pratica della vendemmia e alla produzione di vino utilizzando uno stile di chiara impronta manierista.
Tuttavia quello che rende unico il lavoro svolto dall’autore è una straordinaria testimonianza delle condizioni storico sociali pugliesi con un continuo richiamo alle tradizioni e alla bellezza della sua terra senza precedenti, restituendoci un’identità storica e una dimensione del reale del tutto originale. Dunque al valore intrinseco dell’opera rendelliana si aggiunge un cospicuo contributo alla conoscenza della struttura del sociale e di conseguenza culturale, di un periodo storico molto controverso e quasi del tutto oscuro; non a caso, l’intento dell’autore fu quello di raccogliere precise informazioni di buona parte della letteratura enologica fino a quei tempi conosciuta, arricchendola di puntuali considerazioni precettistiche riguardo alla viticoltura pugliese e meridionale del Seicento.
Determinante è stata anche la centralità che la città di Monopoli svolse nel lavoro di Prospero Rendella e la devozione che egli stesso le dedicò per ricostruire avvenimenti e modus vivendi in Terra di Bari.
Nel complesso l’intero lavoro si inserisce con disinvoltura nel suo tempo, frutto del consolidato tipico modo di scrivere degli eruditi del tempo, conciliando uno stile manierista ad un umanesimo ostentato. La prova di ciò sono le continue e innumerevoli citazioni, di cui non si riesce a tenere il conto, se non quando facilmente decifrabili.
Ebbe una grande considerazione dei classici latini e greci menzionando Columella, Palladio, Orazio, Virgilio e Plinio indicandoli come maestri a cui ispirarsi nelle pratiche agricole.
Diversi i richiami a umanisti classici e moderni tra cui Cardano, Scaligero, Aldrovandi, Farinacci, Vitalini e molti altri.
Non mancano scrittori a lui contemporanei come Andrea Bacci, o a Rutilio Benincasa, un personaggio controverso conosciuto per un’opera ancora oggi molto popolare, “Almanacco perpetuo” dove tra i tanti temi trattati esprime l’influenza degli astri e della luna sulle coltura agricole.
Non si trovano invece, e non è un caso, autori che non siano vicini in qualche modo all’ortodossia della Chiesa Cattolica, mancando completamente ogni riferimento alle nuove teorie scientifiche copernicane.
Prima di lui non vi sono stati altri autori che descrissero la viticoltura pugliese in modo esaustivo se non in parziali e brevi passaggi come fecero il Galateo nel “De situ japigiae”, Andrea Bacci nel “De naturali vinorum historia” e Leandro Alberti nella “Descrittione di tutta Italia”.
Dunque Il Tractatus De Vinea, seppure appartenga alla categoria di componimenti di divulgazione scientifica può definirsi senz’altro un’opera letteraria, poiché partendo dal un nucleo centrale di riferimento, la viticoltura, tratta ogni disciplina fondendo aspetti legali, scientifici e sociali ad aspetti puramente narrativi connessi alla mitologia classica, alla mistica religiosa e alla poesia lirica, nella quale si cimenta lo stesso autore.
Nella prefazione è lo stesso Rendella a presentare la struttura dell’opera divisa in tre trattati distinti, il primo il De vinea, riguardante la difesa e la conservazione della vite; il secondo, il De Vindemia, attinente principalmente precetti e alcune interpretazioni giuridiche di “questioni legali” inerenti l’argomento, allegando diversi atti giudiziari raccolti negli archivi legali del regno; il terzo trattato il De Vino, tocca in maniera esaustiva ogni genere di argomento relativo alla produzione, all’enografia e al commercio dei vini del Regno non tralasciando peraltro collegamenti con l’aspetto socio culturale e teologico.
L’impressione che si ha leggendo l’intera prefazione è che questa rappresenti in qualche modo il manifesto spirituale dell’autore dando rilievo alla natura mistica della vite ed libero sfogo alla sua stessa propensione ad abbracciare i dogmi della Chiesa Cattolica.
Le Sacre Scritture sono descritte sulla scorta di una suggestione metaforica che identifica la figura di Cristo come Vera Vite in un trionfo baroccheggiante di richiami mistici e allegorici.
La compresenza di molteplici rami del sapere, dalla letteratura sacra e profana all’arte figurativa, dalla storia alla mitologia classica, portano l’intera composizione ad un livello di “eclettismo alto e raffinato”.
Segue.

 

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