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	<title>Enoteca Regionale Puglia &#187; Intervista del mese</title>
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		<title>Sebastiano D’Onghia, Maestro di cucina e di vita</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Sep 2014 06:44:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Intervista del mese]]></category>

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		<description><![CDATA[di Rossana Novielli Sebastiano D’Onghia, l’apprezzatissimo e noto Executive Chef di Miramonte Party a Noci, si concede in un’intervista esclusiva per Enoteca Regionale Puglia, svelandoci i segreti della sua creatività attraverso le tappe della sua lunga e rinomata esperienza in cucina. Presidente dell’Associazione Cuochi Trulli e Grotte dal 1996 al 2002, Presidente Regionale dell’Unione Cuochi<div class="read-more"><a href="https://www.enotecaregionalepuglia.com/?p=5563" title="Read More">Read More</a></div>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>di Rossana Novielli</b></p>
<p><a href="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/menu-di-natale-57.jpg"><img class="aligncenter" alt="menu di natale-57" src="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/menu-di-natale-57-254x300.jpg" width="292" height="344" /></a></p>
<p>Sebastiano D’Onghia, l’apprezzatissimo e noto Executive Chef di Miramonte Party a Noci, si concede in un’intervista esclusiva per Enoteca Regionale Puglia, svelandoci i segreti della sua creatività attraverso le tappe della sua lunga e rinomata esperienza in cucina.</p>
<p>Presidente dell’Associazione Cuochi Trulli e Grotte dal 1996 al 2002, Presidente Regionale dell’Unione Cuochi Pugliesi dal 2002 al 2006, sommelier Ais dal 1996, dirige le cucine del Miramonte Party a Noci, una sala ricevimenti tra le più memorabili di Puglia, situata in un territorio di grande tradizione enogastronomica, terra di produzioni casearie e allevamenti al pascolo, oggi anche sede per corsi di cucina amatoriale di prestigio diretti dallo stesso Chef D’Onghia e dal suo brillante staff.</p>
<p><a href="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/10697390_574135092708799_2183992509944725855_o.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5613" alt="10697390_574135092708799_2183992509944725855_o" src="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/10697390_574135092708799_2183992509944725855_o-300x111.jpg" width="300" height="111" /></a></p>
<p>Sebastiano D’Onghia rappresenta per la Puglia un grande vanto, una personalità carismatica dalle grandi capacità comunicative, dotato di un’eccezionale aplomb, un elemento spesso sottovalutato e di certo in controtendenza tra i ranghi della categoria, sempre più discepoli di urlatori mediatici Ramsayiani.</p>
<p>La sua non è solo una professione ma una missione, dettata dall’amore per la propria terra e per le sue tradizioni, dalla quale trae ispirazione e parla attraverso i suoi piatti. Una profonda conoscenza delle materie prime e un’ecclettica cultura enogastronomica, la cornice che completa la sua originale e incomparabile creatività in cucina.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/03.jpg"><img class="size-medium wp-image-5611 aligncenter" alt="03" src="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/03-300x254.jpg" width="300" height="254" /></a></p>
<p><b>Sebastiano, innanzitutto grazie per la tua squisita disponibilità; raccontaci, come è nata la tua passione per la cucina? Quali sono state le tappe della vita che ti hanno portato a capire di voler fare lo chef di professione?</b></p>
<p>Questa domanda mi fa tornare indietro nel tempo, perché da ragazzino non sapevo di avere una passione; è stato crescendo che ho scoperto di avere dentro di me come un sesto senso, cioè, è come se ad un certo punto, ti rendi conto che tutto quello che tocchi è apprezzato, ti accorgi che piace a te, che piace agli altri e quindi ti dici “forse c’è qualcosa di straordinario in quello che faccio?” E’ allora che scopri la passione. Ma in fondo più che una passione, la cucina per me è un dono che madre natura ti fa e che scopri di avere dentro. La mia è stata proprio una rivelazione, grazie anche agli stimoli ricevuti da chi mi circondava, persone che mi hanno incoraggiato e che hanno apprezzato quello che facevo.</p>
<p>Ho iniziato molto presto a stare in cucina, avevo 11 anni e, quando ho cominciato ad entrare in contatto con il cibo, tutto è diventato una scoperta, a partire dalle cose semplici. Uno stupore che mi ha accompagnato per tutta la vita. Ricordo che quello che mi affascinava maggiormente erano i colori degli alimenti e i profumi che emanavano; la curiosità poi mi ha spinto ad osservare e a sperimentare abbinamenti secondo le emozioni che suscitavano in me. Questo mi ha indotto a voler capire e approfondirne ogni aspetto attraverso lo studio e la ricerca di una cucina più elaborata, guardando a grandi nomi della gastronomia con i quali confrontarsi.</p>
<p><b>So che hai trascorso parte della tua fanciullezza e della tua adolescenza in un monastero, è lì che hai sperimentato e scoperto questa passione?</b></p>
<p>Si, in effetti è proprio nelle cucine dell’Abbazia Santa Maria della Scala di Noci, negli anni Cinquanta, che è cominciato tutto; un esperienza fondamentale per la mia vita. Difatti queste scoperte di cui parlavo prima, sono nate proprio lì dove sono cresciuto, a contatto con una realtà che potevo toccare con mano perché avevamo l’orto, allevamenti di agnelli, maiali, conigli, e quindi la possibilità che si potesse passare dal prodotto raccolto fresco, al “cotto e mangiato”, mi ha dato un approccio diverso con gli alimenti, più diretto e senza dubbio più emozionale. Inoltre, come maestri di cucina ho avuto principalmente due monaci, uno parmense e l’altro padovano, i quali mi raccontavano che nelle loro famiglie di origine, parliamo all’incirca degli anni ‘30, era largamente diffusa l’usanza di macellare i maiali, per poi trasformarli in salumi, insaccati o prosciutti destinati all’autoconsumo. E’ cosi accadeva anche in convento, dove si produceva di tutto, dalle conserve ai salumi, ai prodotti ortofrutticoli, all’olio, ai prodotti caseari, persino il burro, per la cui realizzazione utilizzavamo una piccola zangolatrice a mano; e poi, tra le mie passioni, c’era l’apicoltura, che curavo personalmente.</p>
<p>Devo dire che questa formazione di base in monastero mi ha permesso un approfondimento tale da valorizzare anche la cultura del prodotto, cosa difficilmente riscontrabile in altri ambienti, poiché di solito un cuoco o chi esce dalla scuola alberghiera, non ha un approccio al cibo di questo tipo, cioè passando dalla coltivazione del prodotto appena raccolto alla sua trasformazione e utilizzazione in cucina, senza trascurare l’aspetto istruttivo. Normalmente non si hanno a disposizione derrate alimentari così a portata di mano, perché, per quanto freschi possano essere quelli presenti sul mercato, subiscono comunque un passaggio di stoccaggio e conservazione che da un risultato diverso in termini di qualità organolettiche.</p>
<p><a href="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/DSCF2414.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5616" alt="DSCF2414" src="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/DSCF2414-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a></p>
<p><b>Dal Medioevo in poi i monasteri sono stati i promotori e i custodi della cucina mediterranea in tutto il mondo, diffondendo la triade alimentare grano, vino e olio quali elementi essenziali, ai tempi, per regole monastiche dettate da regimi alimentari precettistiche; questa restrizione in qualche modo ha stimolato la creatività dei monaci alla realizzazione di piatti semplici ma gustosi, alternativi alla carne. Oggi, l’attenzione per le materie prime o l’accuratezza nella scelta degli abbinamenti è rimasto un elemento rilevante nell’organizzazione delle cucine di determinati monasteri, si può dire che era così anche durante il tuo soggiorno?</b></p>
<p>All’epoca l’Abbazia della Scala era anche collegio e probandato che accoglieva un totale di 120 persone per le quali si preparavano tre pasti al giorno. Dunque, sebbene non si potesse definirla una cucina da ristorante, era necessario diversificare il menù ogni giorno e da questa necessità nasceva l’esigenza di inventarsi sempre abbinamenti diversi, un elemento che mi ha dato stimoli a creare sempre qualcosa di nuovo con le stesse derrate alimentari. All’età di 17 anni ero già a capo di tutte le cucine del monastero, anche se il banco di prova è stato la leva militare quando, lavorando nelle cucine della mensa ufficiali, ho ricevuto apprezzamenti e incoraggiamenti tali, da farmi capire che quello di fare lo chef era il mio destino.</p>
<p><b>Considerato che ovviamente nei monasteri non si segue più, come in epoche remote, il rigore alimentare dei digiuni, come cambiava la cucina nei periodi di Quaresima o nei così detti periodi di “mangiare di magro”?</b></p>
<p>Questo rigore nell’alimentazione era ridotto al solo periodo Quaresima, durante il quale non si mangiava carne, per cui in alternativa molto spesso si utilizzava il baccalà, un pesce molto versatile dal quale cercavo di tirare fuori ogni possibile variante e abbinamento gastronomico. Un esercizio utile che ha stimolato parecchio la mia creatività.</p>
<p><b>Quali sono gli elementi in cucina dei quali non puoi fare a meno e che ritieni non debbano mai mancare nella preparazione di un piatto?</b></p>
<p>Una componente essenziale per la realizzazione delle mie ricette sono le erbe aromatiche, così come alcune spezie, ma non tutte, di solito quelle di più facile reperimento; cosi come il pomodoro, anche solo per la caratteristica cromatica che dona all’aspetto di un piatto.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/IMG_9685.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5612" alt="IMG_9685" src="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/IMG_9685-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a></p>
<p><b>Si può senz’altro dire che la tua è una cucina dal sapore regionale, tradizionale ma al tempo stesso ricercata e attenta alla qualità del prodotto. Come consideri quelle rivisitazioni che a volte snaturano la vera essenza di una cucina essenziale e semplice come quella di origine contadina?</b></p>
<p>Personalmente sono convinto che la tradizione sia importante ma decisamente con un occhio all’innovazione e ad abbinamenti nuovi, a volte anche insoliti rispetto al passato. Questo ieri non era possibile, anche perché se si cucinava un prodotto, per esempio i ceci, uno dei legumi più caratteristici della nostra cucina, lo si faceva per sfamarsi, considerate le precarie condizioni economiche; mentre oggi si possono osare abbinamenti di questo alimento impensabili, come con l’aragosta, seppure a volte l’esigenza di stupire e incontrare la soddisfazione del gusto vanno a discapito dell’aspetto nutrizionale, non equilibrando correttamente i diversi principi nutrivi. Dunque rivisitazione della tradizione si, ricercando anche nuove sensazioni in giusto equilibrio con la personalità dello chef.</p>
<p><b>C’è un piatto con il quale potremmo identificare la tua cucina  o quello che la rappresenta in qualche modo?</b></p>
<p>Se mi guardo indietro e ripercorro con la memoria gli anni passati, mi accorgo che in ogni periodo in cui creavo un piatto nuovo e che poi ha avuto particolare successo, sentivo di aver raggiunto il risultato sperato; questa era la cosa che mi gratificava di più, perché a prescindere dal fatto che ogni preparazione parli di me, della mia personalità, quello che conta alla fine è che piaccia agli altri. Per cui identificarmi con un piatto in particolare mi risulta difficile; tra l’altro, non prediligo mai un alimento in particolare e ogni piatto è sempre stato così diverso dall’altro, che alla fine non potrei preferirne l’uno rispetto all’altro.</p>
<p><a href="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/05.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5614" alt="05" src="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/05-300x256.jpg" width="300" height="256" /></a></p>
<p><b>Per molti anni sei stato docente di cucina di scuola alberghiera, cosa ti ha dato in termini di feedback questa esperienza con i ragazzi? </b></p>
<p>Ho lavorato per circa trent’anni come docente negli Istituti Alberghiero di Castellana Grotte e Bari, e qui ho scoperto di avere anche una predisposizione all’insegnamento, forse anche reduce della preparazione “claustrale” che mi ha formato per affrontare questo compito e poi, sono del parere che insegnando agli altri insegni a te stesso.</p>
<p>Di conseguenza, in primis, mi sono dedicato allo studio (e non si smette mai) delle tecniche di cottura, sia da un punto di vista pratico che scientifico, approfondendo le trasformazioni degli alimenti in cottura. Essenziale è stato anche il confronto con i colleghi, sia della stessa materia, sia di scienze della alimentazione e di merceologia degli alimenti. Lo studio è proseguito anche con corsi di specializzazione atti a sperimentare nelle cotture, i tempi e le temperature più idonee per ottenere dall’alimento la miglior consistenza, salubrità, il miglior mantenimento dei colori, dei sapori, dei valori nutrizionali, senza trascurare la presentazione dell’alimento stesso.</p>
<p>Ricordo l’entusiasmo dei ragazzi quando collaboravano alla realizzazione di un piatto, il loro stupore nel vedere la trasformazione da materia inerte a piatto finito, bello da vedere, da far venire “l’acquolina in bocca” e soprattutto buono da gustare. Forse non tutti gli allievi di allora oggi praticano la professione, ma sono sicuro che in ognuno di loro ho trasmesso il “rispetto del cibo” che madre natura ci dona, la capacità di saperlo “condividere” con gli altri, e la stima per di chi lo produce e prepara.</p>
<p>La mia più grande soddisfazione è quella di ricevere ancora oggi la visita di miei ex alunni che vengono a trovarmi per ringraziarmi e ai quali, a loro dire, sono serviti i miei insegnamenti.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/menu-di-natale-88.jpg"><img class="size-medium wp-image-5566 aligncenter" alt="menu di natale-88" src="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/menu-di-natale-88-300x182.jpg" width="300" height="182" /></a></p>
<p><b>Cosa consiglieresti oggi a chi vuole intraprendere questo mestiere, in virtù anche di nuove frontiere quali show-cooking e format televisivi che hanno lanciato una nuova figura professionale, tra lo chef e l’uomo di spettacolo?</b></p>
<p>Far da mangiare agli altri è un atto d’amore, ed è un servizio che bisogna fare con tutte le attenzioni possibili, dall’igiene alla scelta del prodotto, dalla sua manipolazione, alla sua conservazione. I giovani che oggi ambiscono a fare questo lavoro dovrebbero scoprire innanzitutto di avere questa propensione a dare senza pensare di ricevere. Anche perché per quanto venga pubblicizzato, di questo mestiere bisognerebbe capire quanto lavoro ci sia dietro, quanto impegno sia necessario per creare un piatto. La spettacolarizzazione della cucina può senz’altro essere utile perché la cucina è anche arte, negli abbinamenti, nelle forme e nelle consistenze, quindi è giusto che ci sia, ma dovrebbe passare il messaggio che questo comporta sacrificio, anche se quando parlo di atto d’amore non vorrei parlare di sacrificio, perché sono convinto che se fai qualcosa con amore non ti sacrifichi, lo fai perché senti di farlo, nonostante le molte rinunce.</p>
<p><b>C’è uno chef a cui ti sei ispirato o del quale apprezzi particolarmente la cucina?</b></p>
<p>Uno dei primi chef che mi ha colpito è stato Paul Bocuse, uno degli chef più grandi del XX secolo e padre della Nouvelle Cuisine e senz’altro Gualtiero Marchesi. E poi mi ha dato molto l’amicizia con Sergio Mei, Executive chef del Four Season di Milano, un uomo e un professionista di grande spessore, conosciuto alla scuola dell’Etoille diversi anni fa, con il quale ho instaurato da allora, un bel rapporto di amicizia e di confronto dal punto di vista professionale.</p>
<p><b>Adesso lavori a tempo pieno in questa struttura, il Miramonte Party, quali sono i progetti ai quali stai lavorando?</b></p>
<p>Collaboro con il Miramonte Party da diverso tempo e da allora sono stati raggiunti grandi risultati, con mia grande soddisfazione. Per la realizzazione di banchetti nuziali abbiamo utilizzato tante altre strutture affidatarie; tutt’ora effettuiamo servizio catering presso ville e strutture private e poi da sempre c’è il ristorante, insieme a corsi di cucina amatoriali aperti a tutti.</p>
<p><a href="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/733999_327823674006610_1091032285_n.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5615" alt="733999_327823674006610_1091032285_n" src="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/733999_327823674006610_1091032285_n-300x200.jpg" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Ci lasciamo con una stretta di mano, ma la sensazione andando via è stata che questa intervista, nata con l’intento di far parlare di se un maestro di cucina di affermata esperienza, abbia lasciato il passo all’uomo, grande saggio e maestro di vita.</p>
<p><b>Grazie Sebastiano e buon lavoro! </b></p>
<p><b></b> <a href="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/menu-di-natale-27.jpg"><img class="aligncenter" alt="menu di natale-27" src="http://www.enotecaregionalepuglia.com/wp-content/uploads/2014/09/menu-di-natale-27-265x300.jpg" width="334" height="380" /></a></p>
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		<title>Intervista con l&#8217;autore del libro “Una terra vestita di Rosa”</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Apr 2014 09:31:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Intervista del mese]]></category>

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		<description><![CDATA[di Rossana Novielli Incontriamo in esclusiva il Dr. Giuseppe Baldassarre che ci condurrà alla riscoperta dei rosati di Puglia parlando del suo ultimo libro, in uscita il prossimo 7 aprile al Vinitaly 2014. L’occasione è quella della prossima uscita del suo ultimo capolavoro, “Una terra vestita di rosa, viaggio alla scoperta dei rosati di Puglia”,<div class="read-more"><a href="https://www.enotecaregionalepuglia.com/?p=3442" title="Read More">Read More</a></div>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Rossana Novielli</p>
<p><strong>Incontriamo in esclusiva il Dr. Giuseppe Baldassarre che ci condurrà alla riscoperta dei rosati di Puglia parlando del suo ultimo libro, in uscita il prossimo 7 aprile al Vinitaly 2014.<br />
</strong></p>
<p>L’occasione è quella della prossima uscita del suo ultimo capolavoro, “Una terra vestita di rosa, viaggio alla scoperta dei rosati di Puglia”, la cui presentazione è prevista in conferenza stampa per il prossimo 7 aprile alle ore 14,30 presso il Padiglione Puglia del Vinitaly a Verona.<br />
Uomo poliedrico e carismatico, Giuseppe Baldassarre, già autore di numerosi volumi sull’enogastronomia regionale, si concede ai nostri microfoni per raccontarci di questa nuova e sorprendente ricerca intorno al mondo dei rosati di Puglia tra tradizione e produzioni attuali, senza dimenticare aspetti legati alla cultura popolare e alla gastronomia locale.</p>
<p><strong>Dopo un lungo lavoro di ricerca e approfondimento sul primitivo, cosa l’ha spinto a scrivere un libro sui rosati di Puglia?</strong></p>
<p>Il libro è da considerarsi un racconto della Puglia, dal punto di vista chiaramente dei vitigni e del vino e più in generale dell’enogastronomia, preferendo ciò che è stato raccontato di meno, messo in disparte e sottovalutato, che nella nostra Regione è tanto. Sono partito dal primitivo nel 2003, in un momento in cui esso era considerato poco, il Gioia del Colle era praticamente inesistente e il potenziale della zona non era stato compreso, mentre Manduria, nonostante fosse decisamente più avanti, presentava innegabili difficoltà.<br />
Nel frattempo in questi dieci anni il primitivo è passato, per così dire, in “pole position” e mi è sembrato che ci fosse da sposare un’altra causa. Un tema fortemente connaturato allo spirito, alla natura e alla cultura della Puglia è proprio quello dei rosati. E poi si avverte nell’aria che stanno maturando i tempi di una riscossa decisiva, da non considerarsi legata ad una moda passeggera ma ad un ritorno a ciò che la Puglia è sempre stata, una terra di rosati, forse la terra più splendida per l’espressione di questa tipologia di vino nelle sue multiformi espressioni.</p>
<p><strong>Quali sono gli obiettivi che si è prefisso e quali si augura possano essere le aspettative rispetto all’argomento trattato?</strong></p>
<p>La scelta di puntare sui rosati può cogliere i suoi obiettivi se fatta in maniera corale, ovvero se lé condivisa da produttori, ristoratori, sommelier, giornalisti e rappresentanti delle istituzioni. In questo senso, l’idea di organizzare in Puglia il concorso nazionale dei rosati è stato un primo segnale importante di questa scelta, ma occorre essere conseguenti e portare tale scelta ad ulteriori sviluppi. In concreto, mi aspetto che i pugliesi diventino dei rosatisti eccellenti e il mio impegno è quello di far diventare i sommelier di Puglia i maggiori esperti e ambasciatori dei rosati della loro nostra regione a livello mondiale. Questa pubblicazione vuole essere intanto un tentativo di raccogliere le idee, di fare il punto della situazione, anche perché finora mancava un lavoro di riferimento in questo campo. Non nascondo di avere esitato a lungo prima di farlo, soprattutto per la scarsità di fonti alle quali attingere, il che rende sempre difficile maturare i contenuti da mettere in vetrina per realizzare un lavoro convincente. Tuttavia, la spinta decisiva mi è giunta proprio dalla scarsità di lavori di riferimento e dall’aver individuato una sorta di lacuna o di vuoto da iniziare a colmare.</p>
<p>Se non altro, questo mio libro potrebbe avere un merito, quello di segnalare un cambio di passo, uno snodo epocale, nel senso che da ora in poi parliamo di rosati partendo da quello che siamo riusciti a capire e dandoci degli obiettivi ed un metodo di lavoro per trasformare i rosati di Puglia in un racconto continuo.</p>
<p><strong>Andando a ritroso nel tempo, quale bagaglio culturale ci portiamo dietro, ovvero in quale periodo storico affondano le radici dei rosati di Puglia?</strong></p>
<p>La storia dei rosati di Puglia è lunga, anche se non molto conosciuta; quello che spesso può sfuggire è che la strada della modernità ai vini di Puglia l’hanno aperta i rosati e non i rossi. Noi siamo portati a pensare che i rossi di Puglia, ormai rinomati e apprezzatissimi, siano stati loro ad aprire il sipario della Puglia contemporanea sui mercati del vino. In realtà la storia ci racconta che sono stati i rosati a fare da apripista. L’alfiere della qualità in Puglia è stato inizialmente il rosato, poi trovatosi per tante ragioni ad essere messo un pò da parte. Per esempio, in Salento i rossi da negramaro del primo dopoguerra erano vini piuttosto rustici e tutt’altro che eleganti, tanto è vero che il classico negroamaro da osteria si chiamava “spaccabicchiere”, il che è tutto dire. Il rosato si chiamava invece lacrima ed era un prodotto elegante, raffinato, moderno, che si è fatto subito apprezzare all’estero, aprendo la strada all’esportazione dei nostri vini; non dimentichiamo che, già a partire dal 1943, gli americani sono rimasti affascinati dal negroamaro rosato.<br />
E se parliamo di rosati non imbottigliati, allora abbiamo esperienze di rosati pugliesi esportati già a fine Ottocento, questa volta grazie alle produzioni della zona di Castel del Monte e di Capitanata; alcune aziende storiche pugliesi, come le cantine Pavoncelli, Rogadeo e Larochefoucalt hanno assunto all’epoca enologi francesi (che il rosato sapevano farlo bene), e dall’uva di troia e dal bombino nero hanno ottenuto rosati assolutamente innovativi, che hanno preso la via dell’impero austro-ungarico. Dunque, la storia del rosato pugliese si può dire che, in gran parte, si identifica con quella dei vini pugliesi moderni, perché i grandi rossi della nostra tradizione si sono sviluppati pienamente solo negli ultimi cinquant’anni.</p>
<p><strong>Dunque cosa impedisce oggi ai rosati di Puglia di imporsi sul mercato?</strong></p>
<p>Il rosato pugliese ha un problema di mercato nel senso che la sua presenza non è pari a quello che meriterebbe e potrebbe esprimere in un momento che possiamo ritenere estremamente favorevole per i rosati a livello mondiale. Occorre sottolineare che, mentre la Francia è il maggior produttore mondiale di rosati, l’Italia è, invece, il Paese primo esportatore, ma il prezzo medio delle bottiglie di rosato esportate premia la Francia e non lo Stivale. Per cui il nostro è un problema di comunicazione, di ricerca della qualità, di riscoperta di una tradizione che comincia in modo molto promettente e poi si affievolisce, magari perché abbiamo creduto di più nel vino rosso. Se è così, diciamo chiaramente che i rosati pugliesi devono ritrovare il ruolo di protagonisti, recuperando la loro forte valenza identitaria.</p>
<p><strong>Quali sono i vitigni più indicati per la produzione dei rosati di Puglia, autoctoni o alloctoni?</strong></p>
<p>I vitigni utilizzati per la produzione dei rosati pugliesi sono diversi; il lavoro che viene fatto sui vitigni internazionali è interessante, perchè mira a sperimentare ed esplorare nuovi orizzonti, ma il paradosso è che non è stato sondato in profondità il potenziale dei grandi vitigni autoctoni che abbiamo in un numero assolutamente impareggiabile rispetto a qualsiasi altra parte d’Italia, e forse anche del mondo. Solo il Sud della Francia ha molti vitigni per i rosati, ma non ha in una singola regione tutte queste preziose differenze che noi possiamo vantare. La Puglia è come un piccolo universo del rosato perché abbiamo i rosati salentini che valorizzano il negramaro con la malvasia nera di Brindisi o di Lecce, eventualmente anche con apporti di sussumaniello, sangiovese, montepulciano, ottavianello, poi si passa nel tarantino dove c’è una coesistenza di primitivo e negramaro. Salendo nella zona del Gioia del Colle, c’è il rosato Dop che ha una quota di primitivo, ma si trovano anche degli Igp che stanno esplorando una strada nuova, quella del taglio del primitivo con l’aglianico o con aleatico e non mancano altre proposte. Salendo ancora, oltre al bombino nero nella Docg Castel del Monte, abbiamo aglianico, uva di troia e montepulciano, che consentono di ottenere risultati di grande rilievo.</p>
<p><strong>Nel suo libro si parla di strada dei rosati di Puglia, come nasce questa idea?</strong></p>
<p>La Puglia si potrebbe visitarla solo girando da un rosato all’altro; la mia idea è quella di organizzare un tour di soli rosati, o almeno, che parta dai rosati, passando da un vitigno all’altro e creando una vera e propria via dei rosati di Puglia, che attraversa le vigne, le tradizioni gastronomiche, i paesaggi, le città, i borghi, i monumenti in maniera suggestiva.<br />
In particolare, nel momento in cui il rosato incontra il paesaggio e la gastronomia diventa motivo di attrazione, è traccia come un filo rosa che percorre la Puglia e diventa il motivo di un viaggio.</p>
<p><strong>I rosati pugliesi nel mondo. Quali prospettive vi sono?</strong></p>
<p>Una Puglia che si propone, parla bene di sé e poi non si confronta con il resto del mondo rischia di essere autoreferenziale e quindi poco credibile. Allora ho dedicato un capitolo ai rosati delle altre regioni italiane e di altre nazioni. Se si allarga lo sguardo si scopre che ogni regione dello Stivale produce rosati; dopo aver citato almeno i più importanti, mi sono poi incamminato per la Francia, per altri Paesi europei e per diversi angoli del pianeta citando i rosati più interessanti e più belli.<br />
Quindi questa diventa anche una proposta di metodo; se vogliamo crescere dobbiamo confrontarci con i rosati degli altri, non dobbiamo pensare che siamo i più bravi. Dobbiamo chiederci perché i rosati del sud della Francia sono così ricercati, hanno tutto questo “appeal”; avviene così solo perché i nostri cugini d’oltralpe sono bravi a comunicarli o c’è dell’altro? Francamente, credo che il loro segreto sia nella qualità che riescono ad ottenere e ancor più nel riuscire a dare ai loro prodotti una personalità, un’anima.<br />
In Puglia quello che va evidenziato meglio, non solo a livello di tecnica enologica, ma anche sul piano della comunicazione e persino del “packaging” è proprio la differenza territoriale. O noi facciamo un rosato Puglia tutto uguale e non ci conviene perché perderemmo la nostra peculiarità oppure diciamo che il rosato Puglia è come una federazione di rosati, dove ogni rosato ha lil suo carattere e la sua specificità.</p>
<p><strong>Concludiamo con una curiosità o un aneddoto intorno al rosato che le va di raccontarci</strong></p>
<p>Nel libro c’è un capitoletto che si chiama “spigolature e curiosità”, che è una delle parti più simpatiche, almeno dal mio punto di vista, dove ho raccontato delle storie, alcune delle quali apparentemente minori però per me importantissime, in quanto legate a ricordi e a persone che hanno fatto molto per i rosati o hanno prodotto dei rosati unici, anche se semisconosciuti. Una delle storie che mi è piaciuto raccontare è stata quella delle bollicine pugliesi, anche in rosa, e l’ho fatto scherzosamente ripercorrendo quasi come una fiaba che sembrerebbe quella del brutto anatroccolo. Si è sempre detto che la Puglia, lo dicevano anche illustri esperti, non è mai stata e non sarà mai una terra di bollicine. Tutti in coro, tutti d’accordo, tutti convinti, perché fa caldo, perché non ci sono in vitigni giusti, perché manca il “know how”; poi, a un certo punto, arrivano tre bizzarri personaggi, i D’Araprì, e ci provano seriamente, e, man mano che ottengono i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, si scopre che non sono solo bravi loro, ma che probabilmente c’eravamo sbagliati tutti, sicché la Puglia sembra destinata a diventare nientepopodimeno che una grande terra di bollicine, anche in rosa.<br />
E’ un racconto che vuole essere di buon auspicio, oltre che rendere omaggio a questi pionieri, che hanno dimostrato una cosa nella quale nessuno credeva. Le persone che cambiano il mondo non sono forse quelle che riescono a realizzare qualcosa che gli altri ritengono impossibile?</p>
<p>Giuseppe Baldassarre è medico, dirigente responsabile nella Unità Operativa Complessa di Geriatria dell`Ente Ecclesiatico Ospedale Regionale &#8220;F. Miulli&#8221; di Acquaviva delle Fonti. Specialista in Medicina Interna e in Farmacologia Clinica, si è perfezionato in Bioetica. È vice-Presidente della Sezione Apulo-Lucana della SIGOT (Società Italiana dei Geriatri Ospedalieri e Territoriali).<br />
È autore di oltre 220 pubblicazioni scientifiche, tra cui alcuni volumi e numerosi articoli apparsi su riviste di livello internazionale. Dopo essersi diplomato sommelier nel 2001, ha conseguito l’abilitazione di degustatore ufficiale A.I.S. nel 2003, di relatore ufficiale nel 2004 e di commissario di esami nel 2006. Scrive per diverse riviste specializzate a diffusione nazionale e regionale. Dal 2008 è referente per il coordinamento degli eventi della Delegazione Murgia dell`A.I.S. Puglia. Da novembre 2010 è responsabile nazionale dell`Osservatorio su Vino e Salute dell`A.I.S. Da gennaio 2014 è referente regionale per la Puglia della Guida dei vini dell’A.I.S.</p>
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